Di Sushi, indipendenza e rivelazioni esistenziali

Sushi e sigaro. No, non è una ricetta (o forse lo è?). Del resto che il cibo non sia mai solo una questione di cibo lo sanno pure i muri.

Dopo mesi in cui volevo tornare a scrivere (evidentemente senza averne reale voglia), l’illuminazione  mi ha colto qualche giorno fa mentre ritiravo il mio pacchetto di maki, nigiri e tempura al giappo sotto casa. Perché mi è sempre più chiaro che il cibo che mangiamo, i riti che ne accompagnano la preparazione o la non preparazione, il frigo vuoto, la bulimia del carrello pieno al supermercato ci stanno dicendo qualcosa. E non per forza è qualcosa di negativo.

Quando ho iniziato a scrivere questo blog il frigo vuoto era una sfida, era il banco di prova della creatività ruggente, della voglia di conquistare il mondo con pochi mezzi (mezzo limone cadavere, mezza ricotta a un passo dalla scadenza, mezzo barattolo di capperi in salamoia morti di noia) o da salvare con le calde ricette della mamma.

Più spesso le mie ricette erano il tentativo di dare una forma solida e gustosa alla vita che mi scorreva nuova e multiforme sotto le mani con la sua energia, le sue novità che mi lasciavamo sempre un po’ tramortita: confusa e felice ( e non per forza ubriaca).

E quando ero felice cucinavo, cucinavo per dare solidità a questa felicità e non vederla andare via: un giorno era una torta al cioccolato, l’altro erano delle crostatine o un tiramisù.

Poi è arrivato il momento della sofisticazione, del mondo del food, delle webzine, dei locali giusti ogni fine settimana  seguito da quello della inevitabile saturazione. Poi il buio e il silenzio surreale della cucina. Fino a oggi, il momento del “cucino quando voglio” che ha di solito i sapori netti dei primi romani o di un piatto preparato all’ultimo momento.

E poi c’è il Sushi simbolo di questa nuova condizione, un cibo così distante da quelli del mio svezzamento, così distante dai grassi saturi che alimentano da sempre la mia personalità eppure così rassicurante: il cibo dell’intimità felice che ti salva con soddisfazione dopo 12 ore fuori casa, ti libera dal fardello della cena e dei piatti da lavare.

Il Sushi è il sapore dell’indipendenza. Il gusto che ho scoperto da sola, che mi compro da sola e  spesso mangio anche da sola nel mio nuovo tempo ritrovato. Qualcosa di diverso dal comfort food che di solito è una pastura di ricordi e aspirazioni future.

Il Sushi è il cibo che mi ricorda chi sono, qui e ora.

Sempre in preda a deliri e riflessioni gastro-duodenali, l’altro giorno andavo chiedendo in giro ai miei amici in quale parte del corpo sentissero il loro io. Qualcuno rideva senza capire, qualcuno rimaneva perplesso, altri hanno continuato a pensare che sia una matta sciroccata. Penso che sia una domanda molto seria…e mi sono data anche una risposta. I

l mio io vive all’altezza del petto, mangia Sushi, beve whisky (ormai con moderazione) e fuma Toscanelli.

E il vostro io? Cosa gradisce per cena?

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