Dal frigo vuoto a Plutone, sola andata (e un hashtag)

Ho il frigo vuoto e 3 polpette al sugo avanzate dalla cena di ieri sera. Ho deciso di mangiarle in piedi davanti al lavandino e sarebbe bellissimo poter consumare questo rito ancestrale nel silenzio del mio cervello che invece continua a girare a vuoto tipo i pedali della bici senza catena: perché ho l’ansia. E soprattutto perché ho l’ansia dell’ansia?

E mentre vivo male il frigo vuoto, l’ansia da prestazione, l’ansia dell’ansia, l’ansia per il futuro, per il presente e per il passato, ripenso a questa storia della sonda in giro per lo spazio da 9 anni e mezzo che incrocia le dita e spera di raggiungere Plutone, il pianeta più restio e sfigato del sistema solare.

Tipo che oggi dopo 5 miliardi di chilometri percorsi la sonda a forma di pianoforte a coda (una suggestione che mi ha fatto pensare al pianista sull’oceano) New Horizons,  è riuscita a incrociarlo a una distanza minima insperata di 12.500 km. La sonda-pianoforte è transitata su Plutone più veloce di una pallottola, alla fantastica velocità di 13,78 km al secondo, pari a 49.600 km all’ora rispetto a Plutone stesso, ma a 52.270 km/h rispetto al Sole. Praticamente un incontro di mezz’ora dopo una sculata di anni. E la cosa avvincente è che non si sa che fine farà la  temeraria: domani si saprà se è sopravvissuta al passaggio attraverso il sistema Plutone oppure si è schiantata contro le sue lune a forma di palla da rugby.

Morale della favola: Quante volte dopo tanti tentativi, tanta pazienza persa e alimentata un N numero di volte, vi siete sentiti infinitamente vicini all’oggetto del desiderio per poi vederlo sfumare in un soffio (di vento astrale)? Ma la domanda vera è vale la pena arrivare sul vostro Plutone più lontano anche solo per quel soffio o anche solo per scoprire che sto Plutone alla fine non era poi sto gran pianeta? Le risposte sono aperte e la deriva esistenziale sempre dietro l’angolo.

Nel frattempo mi è venuto il solito flash, retaggio di ansie materne, che mi prende ogni qualvolta mi ritrovo a fare un viaggio più lungo di due ore: che mi porto da mangiare? E così ho stilato il mio personale equipaggiamento food da viaggio nello spazio:

  • Biscotti secchi per le turbolenze: sì, lo sappiamo che nello spazio non c’è vento ma se beccate una tempesta elettromagnetica? Magari vi viene un buco allo stomaco e sarà proprio allora che benedirete il momento in cui avete messo i Digestive nella sacca.   
  • Pasta e guanciale: la prima ce l’abbiamo nel DNA (per quale altro motivo altrimenti sarebbe a forma di fusillo?!?!?!?) e non ha bisogno di presentazioni, il secondo è l’apostrofo rosa fra la sfumatura di vino bianco e l’amatriciana. E una gricia. E uno spaghetto al volo con fave e pecorino. Amore vero.
  • Polpette: chi mi conosce sa che alla polpetta, in tutte le sue varianti, non so proprio rinunciare; è la perfezione, è l’amore compiuto, è l’Uomo Palla del food. Devo ancora capire come friggerle ma forse me le porto già pronte e le ripasso in orbita nel sugo. Ma riuscite anche solo immaginare il piacere di addentare una polpetta con lo spettacolo delle stelle che saettano fuori dall’oblò?
  • Birra: è donna, non gonfia, non ingrassa, sta bene con tutto, si abbina al mio stile di vita, al mio desiderio di naturalità e benessere. Lo sapete che contiene più del 93% di acqua? E una chiara piccola contiene circa 68 calorie?????? Insomma io senza birretta non mi avvio nemmeno.

Non so voi ma io ho deciso con pazienza di farmi una gita fuori porta #civediamosuplutone

Foto: finedininglovers.it

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